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La psicologa Alessia Romanazzi ci spiega come essere meno sensibili ai giudizi altrui

Quando io e Alessia Romanazzi ci siamo conosciute abbiamo subito capito di avere molto in comune. Nel corso di questo anno, oltre alla passione di comunicare argomenti sensibili e delicati on line (la trovate su Instagram come @iononmistresso), abbiamo condiviso anche il pancione perchè i nostri figli sono nati a soli 3 giorni di distanza. Ma già allora nel delirio organizzativo post parto io le avevo proposto di scrivere degli articoli insieme perché mi sarebbe piaciuto molto approfondire certi argomenti con lei. E quindi eccoci qui, tornate entrambe al lavoro da un po’ e in questa situazione casalinga che di normale ha ben poco, le ho fatto alcune domande su un tema che mi sta molto a cuore: il giudizio degli altri.

Come mai la nostra mente si fissa su un giudizio in merito al nostro corpo dato tanto tempo fa? Il fatto che sia lontano nel tempo gli fa acquisire ai nostri occhi più veridicità?

Credo contino molto due aspetti: quando ci è stato detto e come viviamo noi quella parte del corpo.
Il periodo in cui ci è stata fatta la critica (adolescenza, infanzia, una fase di vita per noi particolare, ecc.) potrebbe averci visti particolarmente vulnerabili e più “dipendenti” dal giudizio degli altri, e questo permette a quello stesso giudizio di assumere maggior valore.

Il secondo, più importante, aspetto può essere sintetizzato così: quello che dà peso a un giudizio non è tanto quello che gli altri dicono ma quello che noi pensiamo a riguardo. In molti casi, quel giudizio diventa per noi una conferma del fatto che quella parte non vada bene così com’è: “Ecco vedi? Se me lo hanno detto gli altri, allora è vero!”. La situazione precipita perché, molto spesso, questi episodi vengono generalizzati: non è solo quella parte di me che non va bene, sono io che non vado bene. Tant’è vero che non la viviamo come una semplice critica, ma come un giudizio. Abbiamo mai pensato alla differenza tra le due cose?

Come mai ricordiamo i pochi commenti negativi e non i tanti positivi?

Nella maggior parte dei casi, chi tiene a mente soprattutto le cose negative tende a vederle come una conferma di quello che pensa di sé. Non è detto che sia una conferma relativa a una parte del corpo che non piace ma piuttosto la prova del fatto di non essere persone apprezzabili e apprezzate. È proprio una forma mentis: non è che ci siano state dette più cose negative nella vita ma è come se avessimo delle lenti speciali che ci fanno selezionare solo (o quasi) le cose negative che ci vengono dette. In una situazione neutra queste persone riescono a cogliere il più piccolo particolare che, secondo le loro lenti, rischiano di ferirle. È una forma di estrema sensibilità, che auto-ferisce.

Ci sono persone che sono più permeabili ai giudizi? Se sì, è una questione caratteriale o più relativa a quanti ne hanno subiti?

Alcuni studi genetici ci dicono che alcune persone sono più permeabili agli eventi, giudizi compresi. Questa caratteristica porta con sé sia risvolti negativi, in primis l’essere più sensibili alle critiche, ma anche positivi perché si tratta di persone più portate al cambiamento. Ad esempio, sono ottime candidate per la psicoterapia.

Io credo che, nella maggior parte dei casi, non si tratti di quanti giudizi siano stati subiti ma di come li abbiamo vissuti. Questo spiega perché alcune persone riescono a lasciarseli alle spalle e altre meno (è sempre la questione delle lenti che indossiamo a fregarci!). E qui parte la domanda spontanea: ma perché viviamo così male i giudizi? Quella critica prende su di sé tutto il peso della nostra storia di vita, perché spesso ci fa balzare in mente uno schema che abbiamo costruito da bambini (ma lo vediamo meglio alla fine).

Si può scardinare questo giudizio ancestrale e, nel farlo, poi ci si libera di quel condizionamento oppure il giudizio che ci ricordiamo è solo una “scusa” per attaccarci al condizionamento?

Ci libereremo dal giudizio sul corpo quando noi per primi smetteremo di utilizzare il corpo come paravento per non affrontare le insicurezze sottostanti, quelle che riguardano la nostra persona. Il corpo “si prende” tutte le nostre insicurezze perché guardare in faccia quelle interiori è ancora più difficile e doloroso. Il “difetto” del corpo, in questi casi, è un alibi che protegge: “Se solo fossi più magra (o non avessi questo difetto), sarei decisamente più…”. Questo pensiero, comunissimo, ci fa l’auto-sgambetto.

Come consigli di procedere per essere un po’ meno sensibili ai giudizi? So che non credi nei trucchi magici quindi accennaci anche più percorsi da seguire.

Ah-ah, mi hai anticipata! Hai detto bene “essere meno sensibili ai giudizi” e non “fregarsene dei giudizi”, perché ognuno di noi ha un minimo di paura del giudizio ed è una cosa utile, perché permette di metterci in discussione senza esagerare.

Mi vengono in mente tre spunti di riflessione su cui chi ha paura del giudizio altrui può provare a lavorare:

  • Il desiderio di perfezione. Chi è molto sensibile alle critiche, tanto da viverle come giudizi, è in genere una persona che ha un forte bisogno di approvazione da parte degli altri. Di più, è un’approvazione totale che vira verso la perfezione. Qui proverei a riflettere su: che cosa accade sei non sei perfetta? Come reagiranno gli altri davanti al tuo non essere perfetta? Ma poi, perfetta cosa significa nel concreto?
  • Il pensiero bianco o nero. “O sono perfetta o faccio schifo”. Immaginate da che parte ci fa pendere un giudizio! Ogni critica è totalizzante, non mette in discussione una parte di noi ma la nostra totalità: “Faccio tutta schifo e non vado per niente bene”. Proviamo a eliminare questi assolutismi dalle frasi, cercando anche solo di immaginare una via di mezzo: ha criticato una parte di te, non tutta te. Certo, fa sempre male ma è un po’ meno pesante, no?
  • Chi gli ha dato questo potere? Per quanto le critiche facciano male, siamo noi a dare il potere a quella persona di rimanerci impressa nella mente per anni. Lo facciamo sulla base del nostro passato, come se ogni persona che ci critica confermasse un nostro vecchio schema e andassimo avanti nella vita con il pensiero fisso: Prima o poi trovo la persona che mi approva (= a cui andrò bene così come sono). E qui partono un po’ di domande (faccio pur sempre la psicologa!): nei tuoi ricordi, come si comportavano i tuoi genitori quando portavi a casa un risultato positivo? E quando il risultato era negativo? Qual era il livello delle aspettative in famiglia (esempi: quello che hai raggiunto è scontato, era il tuo dovere, non è mai davvero abbastanza…). È possibile che, nella tua mente da bambina, si sia formata l’idea: “Gli altri mi vorranno bene solo se sarò perfetta”? Se sì, possiamo immaginare quanto peso abbia una critica, questa diventa automaticamente un giudizio. E da lì via a catena: Giudizio = non sono perfetta = gli altri non mi vorranno più bene. Immaginalo pensato da un bambino: quanta angoscia può creare questa catena di pensieri? È probabilmente la stessa angoscia che proviamo ancora oggi, seppur grandi, davanti al giudizio.

Ringrazio tantissimo Alessia per tutte queste riflessioni. Direi che con me hanno scavato abbastanza a fondo e rispondere alle sue domande mi ha fatto capire perché certi giudizi siano ancora così radicati in me. Ho scoperto, chiacchierando con lei, che io mi porto dietro la zavorra del “Chissà se ce la fa… mi sa di no!” che è una sfaccettatura del desiderio di approvazione. Voi siete riuscite attraverso queste domande a inquadrare un pochino di più la vostra sensibilità ai giudizi? Che argomento vi farebbe piacere affrontassimo ancora insieme a lei? Nel frattempo vi invito ad andare a leggere il suo blog, ci sono dei post davvero illuminanti sia sull’autostima che sulla fame, per non parlare dell’ansia.

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