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Quello che indossi può renderti più felice

Il mio lavoro è nato per caso, è nato perché io non ho potuto fare a meno di seguire una passione che andava contro i miei studi, contro la mia educazione e contro l’immagine che mi ero fatta di me stessa. Io, ingegnere prudente e organizzata, ho lasciato tutto per insegnare alle donne a vestirsi? No, io ho lasciato tutto per una cosa a cui non riuscivo a dare un nome ma che era quella meravigliosa sensazione di pace, di appartenenza, di giustizia che avevo provato quando finalmente avevo trovato i vestiti che erano giusti per me. Avevo trovato il modo per valorizzarmi ma ancora di più per dire chi sono, per trovare chi ero, per essere finalmente ciò che volevo essere. Tutto questo passava attraverso i vestiti: non riuscivo a spiegare perché, non ho purtroppo studiato psicologia, ma attraverso i vestiti c’era una strada che portava all’accettazione di sé, a una migliore autostima, a più coraggio e più grinta, a più voglia di alzarsi in piedi e prendere il proprio posto nel mondo.

ElizabethMayville

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Ogni tanto c’era qualcuno che non capiva, che diceva che in fondo erano solo vestiti e che se la società non fosse stata fatta in questo modo non avremmo dovuto aver bisogno dei vestiti per sentirci abbastanza, per sentirci a nostro agio con noi stessi, sicuri e felici. Io concordavo e concordo ancora, pensavo che sarebbe stato bello tentare di costruire un mondo in cui una persona si possa sentire sicura di sé a prescindere da ciò che indossa. Auspicavo l’arrivo di un mondo migliore in cui non ci sarebbe stato bisogno di professionisti come me, perché i vestiti sarebbero serviti solo per scaldarci. Tuttavia non capivo se sarebbe stato possibile perchè mi era capitato di sperimentare anche su me stessa che, nonostante il buon rapporto raggiunto con il mio corpo, se per un lungo periodo indossavo abiti non donanti e che non mi rispecchiavano, l’autostima corporea scendeva e non mi vedevo più così bene.

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Poi ho trovato per caso questo libro “Mind what you wear: The Psychology of Fashion” (in italiano “Stai attento a ciò che indossi: La psicologia della moda”) della Professoressa Karen J. Pine. Non era il primo libro inglese che leggevo sull’argomento, già “You are what you wear” di Jennifer Baumgartner mi aveva molto aiutato e quindi l’acquistato subito per ritrovarmi a dire “Ecco perché faccio questo lavoro, ecco che potere sconvolgente hanno e hanno sempre avuto i vestiti!“.

Il libro comincia così: “Women do worse at maths in a swimsuit” (letteralmente: le donne fanno peggio in matematica se sono in costume da bagno). Detta così sembra una cosa molto sessista da dire, vero? E invece no, perché la spiegazione prosegue e vi riposto prima l’inglese dell’italiano di modo che non possiate basarvi solo sulla mia povera traduzione:

“Since Women’s bodies are constantly being evaluated in the eyes of others – particulary the eyes of men – this leads women to adopt the observers’ perspective on their own bodies. To look at their body as men would. This in turn leads them to judge and compare their bodies with an idealised image. In essence, they internalize the male gaze” e continua “Body objectification preoccupies women to a degree that affect their mental performance”.

(Dal momento che i corpi delle donne vengono costantemente valutati agli occhi degli altri – in particolare gli occhi degli uomini – questo porta le donne ad adottare la prospettiva degli osservatori sul proprio corpo. A guardare il proprio corpo come farebbero gli uomini. Questo a sua volta le porta a giudicare e confrontare i loro corpi con un’immagine idealizzata. In sostanza, interiorizzano lo sguardo maschile.) (L’oggettivazione del corpo preoccupa le donne in misura tale da influenzare le loro prestazioni mentali.)

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E da qui il non far bene matematica se in costume. Il libro va avanti dimostrando, proprio come una pubblicazione universitaria, che sono stati condotti diversi esperimenti e studi in tale campo, per evidenziare che tutti sono influenzati da ciò che indossano e che un abito che fa sentire in imbarazzo può alterare le percezioni, per esempio allungare il tempo e le distanze, oppure un camice da medico può spingere chi lo indossa a comportarsi in modo più prudente e diligente.

Quello però che ci interessa è il fatto, scientificamente provato, che ci preoccupiamo di ciò che indossiamo non per via dalla scarsa autostima o dei nostri “gusti femminili” ma dall’oggettivazione e dal giudizio costanti verso il corpo femminile. Ma anche che quello che indossiamo può darci dei “super poteri”. Non diventeremo più intelligenti magari, ma un vestito può far cambiare agli altri l’idea che hanno di noi, e può farla cambiare anche a noi stessi. Può darci la sicurezza che cerchiamo, può farci diventare come vogliamo diventare facendoci provare quelle sensazioni.

Nel libro ci sono vari esempi di questa teoria, come la “Red Hat Society” fondata da donne anziane che, indossando un cappello rosso, riescono a sentirsi di nuovo giovani dentro e riescono così a fare tutto ciò che desiderano (non scalare l’Everest, ma magari nemmeno restare ferme sul portico), perché il cappello rosso cambia come si sentono.

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E non si tratta solo di essere carine o trovare gli abiti che ci valorizzino, ma soprattutto trovare quello che ci sembra giusto, ciò che si adatta al nostro umore e  lo può migliorare. E così come quando ci sentiamo gonfie o di cattivo umore indossiamo un maglione più largo, se siamo arrabbiate un look più forte e se siamo felici colori più brillanti, possiamo utilizzare i vestiti per tirarci su i giorni in cui tutto ci sembra non funzionare.

Perché alla fine quello che tutte vogliamo da un vestito è che ci faccia sentire sicure di noi stesse, e dato che quello che indossiamo influenza come ci sentiamo così tanto che può distorcere e determinare i nostri pensieri e il nostro giudizio, allora perché non sfruttare questa cosa per migliorare il nostro umore? Ci sarebbe tanto ancora da dire sull’argomento, ma è già tutto racchiuso nei più di 1.000 post che ho già scritto su questo blog. Io so che questo è vero per me, e ho già applicato su di me e sulle mie clienti questa teoria, voi ci avete provato? Avete un abito “solleva -umore” che indossate nelle giornate no e che riesce a farvi sentire meglio?