Psico dieta

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Lo sapete, io sono sempre stata a dieta tutta la vita, non per essere magra, ma per non ingrassare. Ho sempre avuto un sano appetito, e un metabolismo lento e sono poco sportiva (non pigra, pigra proprio no, ma poco sportiva, e sono due cose diverse), quindi mentre le mie amiche non avevano problemi per quello che mangiavano io mi sono sempre vista costretta a limitarmi, a non mangiare quanto vorrei. Vi ho già raccontato qui le mie peripezie con il peso, ma oggi vorrei affrontare l'argomento da un nuovo punto di vista.
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whole living


[Avvertenza: quando guardate le foto, non soffermatevi sul cibo, ma sulle mani, come lo reggono con cura e delicatezza, come una cosa preziosa di cui godere con calma e serenità]

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mimi thorisson

 

 
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design mom


Mi sono sempre chiesta, perché mangio, e in che modo mangio, e quando alla soglia dei 66,5 kg mi sono ritrovata a cercare il numero della mia nutrizionista, ho pensato che affrontare la questione anche da un altro punto di vista non poteva farmi male. Grazie a un commento di una lettrice sono finita sul sito "Cambio testa  non mi metto a dieta" che prevede un approccio psicologico al problema alimentare.

Così mi sono iscritta al programma delle 7 tappe (è completamente gratuito) e ho seguito con interesse le lezioni.
La parte principale è definire il problema, e il problema non è "devo dimagrire" ma se mai "devo dimagrire e non ci riesco" o "mangio troppo, quando come e perché". Ho pensato così di condividere con voi i ragionamenti che sono scaturiti da questa analisi, ovviamente ognuna può avere un problema di verso, o non averlo, ma magari qualcuna troverà delle somiglianze.

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brown dress with white dots

Il mio problema è che "devo/non devo mangiare".

In inglese le negazioni sono molto più chiare: "Non devo mangiare" cambia notevolmente significato tra "I must not eat" "Io devo non mangiare, io non devo mangiare, io sono obbligato a non mangiare" e "I don't have to eat" "Non sono obbligato a mangiare" La stessa frase in italiano ha due significati diametralmente opposti.
Io ho vissuto la mia vita con la prima "Non devo mangiare" che poi nella pratica si traduceva "Non devo mangiare troppo, non devo mangiare determinate cose se no ingrasso" e quindi una serie di costrizioni che mi facevano sentire legata, e quando ti senti legata vuoi scappare, anche se non sai dove e però vuoi scappare, anche se, se fossi padrona di te stessa, staresti proprio lì dove sei. Ma se legata e vuoi scappare, non devi mangiare e allora vuoi mangiare, vuoi perché non devi.
In aggiunta però, per non farsi mancare niente, c'era un altro aspetto che turbava e turba ancora il mio stomaco. "Io devo mangiare" all'ora di pranzo devo mangiare, anche se non ho fame, anche se ho fatto colazione mezz'ora prima, e devo mangiare tutto, finire il piatto, sempre. Se il cibo resta avanzato, anche se non lo avanzo io ci resto male, molto male, vorrei avere uno stomaco più grande per finirlo, vorrei "costringere" gli altri a finirlo.
Certo nella vita sarebbe meglio risolvere le proprie paturnie, il che ovviamente non si può fare se non le si riconosce e visto che le abitudini alimentari di solito vanno avanti dall'infanzia non è che sia semplice riconoscerle, sono sempre state lì e non le vedi. Se le riconosci in ogni caso è possibile, mentre si sta cercando di risolverle, aggirale. Quale sarebbe stato il modo migliore per aggirare le mie paturnie? Beh semplice, riempirsi poco il piatto, così nessun senso di colpa per finirlo e non avrei finito per mangiare troppo, o sforzarmi di mangiare quando non avevo fame. 
Beh questa opzione non è praticabile, dato che io ho ereditato la fame atavica di mio nonno, ho paura che non ci sia mai abbastanza cibo. Ho paura di non avere abbastanza cibo a disposizione, da bambina la mamma delle mie magrissime amiche d'infanzia ogni volta che mi servivo diceva: "Che Dio ti salvi la vista"
Quindi ricapitolando, mi riempio troppo il piatto e poi mi costringo a finirlo, mangio anche se non ho più fame. Mangio agli orari comandati anche se non ho fame.
Non mi abbuffo, non mangio "troppo", non mangio molte schifezze, ma mangio quando non ho fame, e questo è il mio problema.
La cosa buffa è che da quando ho rinunciato ai latticini e ai formaggi (ho poca lattasi e i formaggi stagionati sono pieni di tiramina che mi fa venire l'emicrania) un po' il rapporto con il cibo è cambiato con questi cibi. Non sono triste per il fatto di doverci rinunciare, nemmeno un pochino, due estati con due gelati scarsi, tre pizze vere all'anno e poco altro, non mi pesa, e non me ne viene nemmeno voglia perché so che mi fanno male. Forse mi fanno un po' paura, come se un cucchiaino di grana possa scatenare lampi bianchi davanti a me, ma questa è un'altra storia.
Realizzato il problema sono riuscita, almeno ogni tanto, a risolverlo (anche con un altro trucco che è nella quinta lezione ma non voglio svelarvelo) ed ora sto molto attenta a quando mangio. Non a cosa mangio ma a cosa ho voglia di mangiare, il mio cervello dice: "Mangiamo qualcosa!" E io gli chiedo: "Ok, sei sicuro che vuoi mangiare? Di cosa hai voglia, cos'è che ti farebbe piacere? Quanto?" Ascoltandomi scopro che il più delle volte ho solo voglia di spezzare la giornata, oppure ho sete, o ancora mangerei magari un pezzo di focaccia, ma in mancanza di quella non ho voglia di mangiare altro.
Non so se in questo modo dimagrirò, in teoria sì dato che mangerò meno e solo quando voglio, ma la cosa stupenda è la sensazione di pace nei confronti del cibo, perché non "devo mangiare" più e nemmeno "non devo mangiare" più.

Aggiornamento: dato che il sito è stato inspiegabilmente sospeso trovate alcune info sul blog Cambio testa blog, e vi lascio l'indirizzo mail a cui spero possiate contattare direttamente la dottoressa Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Io ho tutte le lezioni, ma aspetterei un attimo a fornirvele per vedere che succede al sito.
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