Che taglia hai?

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Da quando ho imparato a conoscere il mio corpo, la mia forma del corpo e cosa mi dona, diffido di questa domanda: "Che taglia hai?"
Se un tempo la risposta era un vago: "Boh" o un più pessimistico "44", ora il gioco si fa più duro e più destabilizzante... Per chi me lo chiede non per me.
"Che taglia hai?" Mi chiede la commessa che desidera ardentemente farmi provare tutti gli abiti di Max and co.
"Dove?" Le rispondo con un sopracciglio alzato.
"..." Sguardo spaurito di chi non conosce il significato della domanda che ha fatto.
"La 40 di seno, la 42 in vita e la 44 per i fianchi!" è la mia risposta.

A quel punto ci sto prendendo gusto perché avrei potuto limitarmi a un "la 42 o la 44 a seconda della vestibilità" ma una parte di me è orgogliosa della mia prima risposta. Perché sono orgogliosa di me, orgogliosa di come mi conosco.
Voglio rimarcare la verità, che non abbiamo una sola taglia e sono stufa dello sguardo stupito della gente.
Se lo slip della seconda ci va bene, il seno può anche essere una terza. Se i pantaloni li abbiamo comprati taglia 44 la giacca può anche essere una 42.
Da un po' di tempo si combatte contro le taglie in molti modi:
 
  • si combatte il fatto che i negozi "normali" non vendono oltre la 46 con rare eccezioni
  • si combatte perché la taglia 44 è già considerata una taglia comoda
  • si combatte per fare in modo che i vestiti plus size non siano solo tende con cui coprirsi ma modelli che tengono conto delle forme femminili
  • si combatte per non farsi identificare con il numero della taglia che ci veste come non dal numero che rimanda la bilancia
Umla

 

Jen luff

 

 
Ana rosa


Ma la mia "battaglia" è diversa, per quanto si possa comunque allineare con quelle già in atto.

Non non indossiamo una unica taglia! Ogni modello richiede una taglia diversa, ogni marca una taglia diversa, ogni periodo del mese addirittura una taglia diversa.
 
 

Io ho un abito estivo a impero taglia 40, uno anni 50 taglia 42, uno un poco più dritto taglia 44. Possiedo un cappotto modello anni 60 taglia 40, e uno doppio petto 42, un piumino avvitato corto Small. I pantaloni a vita alta sono taglia 42, quelli dritti a vita più bassa taglia 44, e gli shorts di taglia 46, mentre la gonna dritta è taglia 44, e quella a ruota taglia 42. Di collant indosso la terza, gli slip tendenzialmente li compro taglia M ma in merceria sto più comoda nella 4, con reggiseni scelgo 2B ma quelli a fascia mi serve una 3A, mentre per i costumi basta la seconda. Addirittura le scarpe della stessa marca differiscono di numero, un 38 per le ballerine più morbide e le décolleté, ma un 39 per gli stivali.
E questo è assolutamente normale!

Umla

 

ShabbyChic

 

In His Grip

 

Hanno inventato le taglie per aiutarci a scegliere non per renderlo più difficile. Siamo passati dalle sarte che prendevano ogni nostra misura con precisione, a abiti standardizzati, ma il nostro corpo non è cambiato. Abbiamo fatto un'approssimazione, come quando un bambino disegna un albero con la corolla tonda, sappiamo che è frastagliata e piena di foglie ma quella è un'approssimazione. Nessuno però dopo aver visto il disegno andrà da un albero ad arrabbiarsi con lui perché la sua corolla non è tonda, non si dimentica com'è l'originale.
A questo punto invece noi agiamo come se avessimo dimenticato l'originale, come se il nostro corpo fosse stato fabbricato con una determinata taglia. E se non ci va bene per ogni modello significa che abbiamo sbagliato qualcosa.
Forse ho fatto un paragone troppo astratto ma di nuovo va spostato il soggetto dalla taglia al corpo fisico. E dopo questo post la prossima volta che una commessa mi chiederà che taglia ho e assumerà espressione terrorizzata al mio: "40, 42, 44" allungherò un biglietto da visita.

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